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Antonia Campi: quando il design si fa arte

La creatività ed il rispetto

Intorno a questi due elementi ruota la figura complessa e affascinante di Antonia Campi. Lontana anni luce dalle paillettes e dai clamori, ha progettato sanitari, rivestimenti e ceramiche artistiche esposte nei più importanti musei del mondo (MoMa di New York e Victoria and Albert Museum di Londra su tutti).

Il problema più grande quando s’intervista Antonia Campi è trovare una definizione adatta a lei: artista, scultrice, designer, ogni definizione riesce tutt’al più ad essere parziale perché Antonia Campi è sempre anche qualcos’altro.

Parlare con lei è interessante perché il suo è uno sguardo che ha attraversato epoche tanto diverse: il periodo fascista, quando Antonia frequentava l’Accademia, il Dopoguerra – segnato dall’onda lunga delle influenze Bauhaus – e la contemporaneità delle archistar e dell’arte concettuale. Nelle sue opere però si ritrovano linee guida molto chiare: le forme morbide e la presenza di un’alternanza tra vuoti e pieni, come nel famosissimo Portaombrelli Spaziale C. 33. Un aspetto però non perde mai di vista: il rispetto per chi le sue opere dovrà comprarle, viverle, utilizzarle.

 

Lei ha avuto una formazione artistica: l’Accademia di Brera con Messina, l’influenza di scultori come Hans Arp. La sua carriera però si è sempre sviluppata all’interno di grandi realtà industriali. Il suo approccio artistico ha convissuto bene con le logiche industriali?
Quando ho iniziato io, termini come design e designer non esistevano. Dopo aver studiato ho iniziato a lavorare perché ne avevo bisogno. Sono entrata alla Società Ceramica Italiana di Laveno come operaia, è stata una vera fortuna: ho trovato un imprenditore illuminato, dei tecnici preparati e un direttore creativo come Guido Andlovitz, un autentico artista. Un contesto come quello stimola la creatività e la completa.

Oggi un percorso così non sarebbe ripetibile.
Credo proprio di sì. Molte aziende cercano il grande nome, spesso affidandosi a studi esterni. I miei erano tempi diversi, più vicini allo spirito che ha accompagnato la nascita del design. Non dimentichiamo che il Bauhaus, col suo mix di regole ferree e creatività, è stato il movimento che più ha influenzato il moderno design. Oggi, in tanti casi, noto una deriva ludica, giustificata chiamando in causa la libertà artistica del progettista, che spesso non è libertà ma licenza.

Il suo repertorio è tanto ricco quanto vario: sanitari, rivestimenti, ceramiche artistiche, oggettistica. Come si passa attraverso ambiti così diversi? Serve preparazione anche tecnica o basta la creatività?
La preparazione tecnica è fondamentale, completa il bagaglio culturale e artistico. Grazie agli insegnamenti che ho appreso dagli operai coi quali ho lavorato mi sono potuta misurare anche con prodotti completamente diversi, come i rubinetti, senza particolari difficoltà. Creatività e preparazione tecnica si completano.

Ci interessa il suo giudizio riguardo la serializzazione. Ritiene che il livello dei prodotti indirizzati alle grandi masse di acquirenti possa pian piano salire, oppure il vero design non potrà mai essere per tutti?
Guardi, sono molto realista: la serializzazione di prodotti utili, ben fatti ed economici, è un bene. Credo che i grandi distributori che commercializzano articoli di design dal prezzo contenuto ottengano un grande successo perché partono da un presupposto che spesso viene dimenticato: il rispetto dell’acquirente. Chi progetta non può creare un prodotto semplicemente per dare sfogo alla propria creatività, deve tenere in considerazione le necessità di chi dovrà utilizzare l’oggetto. Anche quelle economiche.

Parliamo di bagno. Lei ha avuto relazioni molto proficue sia col bianco e con le forme pure, sia col colore e i profili più sperimentali. Cosa la interessa di più in questo momento?
Molte delle mie scelte sono state dettate da motivi pratici. Ho lavorato a lungo un materiale che cuoce a una temperatura molto elevata e non consente particolari colorazioni. Per questo ho sentito l’esigenza di misurarmi con colori pieni e accostamenti decisi, soluzioni che sento molto vicine al mio gusto.

C’è un universo al quale attinge in modo particolare?
Mi piace molto osservare gli alberi e le piante. La natura è una fonte infinita d’ispirazione, le sue forme e i suoi colori m’interessano da sempre. E poi tutta la realtà che vivo, che mi scorre davanti; addirittura l’arte contemporanea.

Perché dice “addirittura”?
Perché, come ho avuto modo di dire, credo che non stia attraversando un momento florido. Sono molto attratta dall’arte contemporanea ma non condivido certe ricerche concettuali portate all’estremo. Però sono ottimista, vedo che emergono alcuni artisti interessanti. Lo stesso vale per l’architettura, ultimamente segnata da tanti progetti fin troppo autoreferenziali.

Sta lavorando a qualcosa in questo momento?
No, in questo momento sinceramente non ne ho voglia!

 

L’intervista è stata realizzata in collaborazione con Elena Giacometti (Museo internazionale delle Ceramiche in Faenza) che ringraziamo sentitamente.

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Antonia Campi: quando il design si fa arte

La creatività ed il rispetto

Intorno a questi due elementi ruota la figura complessa e affascinante di Antonia Campi. Lontana anni luce dalle paillettes e dai clamori, ha progettato sanitari, rivestimenti e ceramiche artistiche esposte nei più importanti musei del mondo (MoMa di New York e Victoria and Albert Museum di Londra su tutti).

Il problema più grande quando s’intervista Antonia Campi è trovare una definizione adatta a lei: artista, scultrice, designer, ogni definizione riesce tutt’al più ad essere parziale perché Antonia Campi è sempre anche qualcos’altro.

Parlare con lei è interessante perché il suo è uno sguardo che ha attraversato epoche tanto diverse: il periodo fascista, quando Antonia frequentava l’Accademia, il Dopoguerra – segnato dall’onda lunga delle influenze Bauhaus – e la contemporaneità delle archistar e dell’arte concettuale. Nelle sue opere però si ritrovano linee guida molto chiare: le forme morbide e la presenza di un’alternanza tra vuoti e pieni, come nel famosissimo Portaombrelli Spaziale C. 33. Un aspetto però non perde mai di vista: il rispetto per chi le sue opere dovrà comprarle, viverle, utilizzarle.

 

Lei ha avuto una formazione artistica: l’Accademia di Brera con Messina, l’influenza di scultori come Hans Arp. La sua carriera però si è sempre sviluppata all’interno di grandi realtà industriali. Il suo approccio artistico ha convissuto bene con le logiche industriali?
Quando ho iniziato io, termini come design e designer non esistevano. Dopo aver studiato ho iniziato a lavorare perché ne avevo bisogno. Sono entrata alla Società Ceramica Italiana di Laveno come operaia, è stata una vera fortuna: ho trovato un imprenditore illuminato, dei tecnici preparati e un direttore creativo come Guido Andlovitz, un autentico artista. Un contesto come quello stimola la creatività e la completa.

Oggi un percorso così non sarebbe ripetibile.
Credo proprio di sì. Molte aziende cercano il grande nome, spesso affidandosi a studi esterni. I miei erano tempi diversi, più vicini allo spirito che ha accompagnato la nascita del design. Non dimentichiamo che il Bauhaus, col suo mix di regole ferree e creatività, è stato il movimento che più ha influenzato il moderno design. Oggi, in tanti casi, noto una deriva ludica, giustificata chiamando in causa la libertà artistica del progettista, che spesso non è libertà ma licenza.

Il suo repertorio è tanto ricco quanto vario: sanitari, rivestimenti, ceramiche artistiche, oggettistica. Come si passa attraverso ambiti così diversi? Serve preparazione anche tecnica o basta la creatività?
La preparazione tecnica è fondamentale, completa il bagaglio culturale e artistico. Grazie agli insegnamenti che ho appreso dagli operai coi quali ho lavorato mi sono potuta misurare anche con prodotti completamente diversi, come i rubinetti, senza particolari difficoltà. Creatività e preparazione tecnica si completano.

Ci interessa il suo giudizio riguardo la serializzazione. Ritiene che il livello dei prodotti indirizzati alle grandi masse di acquirenti possa pian piano salire, oppure il vero design non potrà mai essere per tutti?
Guardi, sono molto realista: la serializzazione di prodotti utili, ben fatti ed economici, è un bene. Credo che i grandi distributori che commercializzano articoli di design dal prezzo contenuto ottengano un grande successo perché partono da un presupposto che spesso viene dimenticato: il rispetto dell’acquirente. Chi progetta non può creare un prodotto semplicemente per dare sfogo alla propria creatività, deve tenere in considerazione le necessità di chi dovrà utilizzare l’oggetto. Anche quelle economiche.

Parliamo di bagno. Lei ha avuto relazioni molto proficue sia col bianco e con le forme pure, sia col colore e i profili più sperimentali. Cosa la interessa di più in questo momento?
Molte delle mie scelte sono state dettate da motivi pratici. Ho lavorato a lungo un materiale che cuoce a una temperatura molto elevata e non consente particolari colorazioni. Per questo ho sentito l’esigenza di misurarmi con colori pieni e accostamenti decisi, soluzioni che sento molto vicine al mio gusto.

C’è un universo al quale attinge in modo particolare?
Mi piace molto osservare gli alberi e le piante. La natura è una fonte infinita d’ispirazione, le sue forme e i suoi colori m’interessano da sempre. E poi tutta la realtà che vivo, che mi scorre davanti; addirittura l’arte contemporanea.

Perché dice “addirittura”?
Perché, come ho avuto modo di dire, credo che non stia attraversando un momento florido. Sono molto attratta dall’arte contemporanea ma non condivido certe ricerche concettuali portate all’estremo. Però sono ottimista, vedo che emergono alcuni artisti interessanti. Lo stesso vale per l’architettura, ultimamente segnata da tanti progetti fin troppo autoreferenziali.

Sta lavorando a qualcosa in questo momento?
No, in questo momento sinceramente non ne ho voglia!

 

L’intervista è stata realizzata in collaborazione con Elena Giacometti (Museo internazionale delle Ceramiche in Faenza) che ringraziamo sentitamente.