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Matteo Thun: creatività sostenibile

Uno suo sguardo proiettato al futuro

Matteo Thun, un’icona del nostro design, è quanto di più vicino al senso profondo dell’architettura del Terzo Millennio: sostenibile, pulita, funzionale.
Lavorando a braccetto con Ettore Sottsass e con gli altri designer del gruppo Memphis, ha contribuito alla ridefinizione dei canoni del design non solo italiano, grazie alla voglia di spingersi più in là e a un uso coraggioso del colore.

La storia di Matteo Thun è fatta di ricerca, quella che l’ha portato a rivalutare il colore, a creare una linea di orologi di culto ma accessibili a tutti, a passare infine a una filosofia che mette al centro il rapporto di un edificio col suo contesto. Insomma nessuna torre d’avorio in cui chiudersi, solo tanta capacità di leggere la contemporaneità

 

La sua biografia si segnala per degli incontri davvero importanti: prima Kokoschka, poi Natalini, poi Sottsass. Quanto hanno influito queste personalità nella sua formazione e nella sua idea di design?
Dopo essermi laureato in architettura con Natalini, ho avuto la fortuna di incontrare Ettore Sottsass. Il periodo ‘Memphis’ con lui è stato segnato – oltre che dalla ribellione a un design ormai esanime e di pura funzionalità – da una grandissima curiosità verso i materiali, le loro caratteristiche e le loro potenzialità espressive. Questo è stato uno degli insegnamenti fondamentali per me.

 

Lei ha coniato un nuovo termine: ecotecture. Ci spiega meglio di cosa si tratta?
Il termine Ecotecture è composto dalle parole inglesi ecology, economy, architecture.

 

Cosa significa?
Significa estetica dell’economia: un lavoro di sottrazione e semplificazione, dove il semplice non è impoverimento ma esito di un continuo raffinare, di un progressivo avvicinamento all’essenza del problema.

 

In cosa si traduce?
Nella riduzione del fabbisogno energetico con semplicità ed efficacia: una sistematica analisi microclimatica (i cambiamenti stagionali, le esposizioni sud-est e sud-ovest, i venti del giorno e della notte) permette di ottimizzare l’energia del luogo: è questa la prima responsabilità progettuale. Applicare le prescrizioni necessarie per un’architettura a basso consumo è un approccio in continuità con una tradizione – si pensi per esempio alle case Walser in montagna – da interpretare con i mezzi della modernità, dallo studio dell’involucro, all’esposizione solare, alla differenziazione delle facciate, all’impiantistica.

 

Quali sono i materiali che più di altri possono essere sfruttati per alimentare questa idea di architettura?
Il legno e la pietra. In generale dovrebbero essere possibilmente materiali reperibili nelle vicinanze, quindi materiali locali. Questo per evitare spese di trasporto e l’inquinamento che ne consegue.

 

Quali materiali non sono stati ancora sfruttati come potrebbero?
Il legno. Non c’é più giustificazione per il fatto che – nonostante una selvicoltura valida, un’industria del legno moderna e delle riserve di legno rigenerate – a causa di una comodità economica ed intellettuale consumiamo materiali, per la produzione dei quali consumiamo insostituibili quantità di energia.

 

C’è una cosa che Matteo Thun vorrebbe davvero progettare, ma non ha mai avuto occasione di farlo?
A dire il vero no: sono molto soddisfatto dei progetti che ho portato a termine e che sto seguendo attualmente. Quindi, per ora, non ho nessun rimpianto.

 

Tratto da magazine ceramicaecomplementi n.4

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Matteo Thun: creatività sostenibile

Uno suo sguardo proiettato al futuro

Matteo Thun, un’icona del nostro design, è quanto di più vicino al senso profondo dell’architettura del Terzo Millennio: sostenibile, pulita, funzionale.
Lavorando a braccetto con Ettore Sottsass e con gli altri designer del gruppo Memphis, ha contribuito alla ridefinizione dei canoni del design non solo italiano, grazie alla voglia di spingersi più in là e a un uso coraggioso del colore.

La storia di Matteo Thun è fatta di ricerca, quella che l’ha portato a rivalutare il colore, a creare una linea di orologi di culto ma accessibili a tutti, a passare infine a una filosofia che mette al centro il rapporto di un edificio col suo contesto. Insomma nessuna torre d’avorio in cui chiudersi, solo tanta capacità di leggere la contemporaneità

 

La sua biografia si segnala per degli incontri davvero importanti: prima Kokoschka, poi Natalini, poi Sottsass. Quanto hanno influito queste personalità nella sua formazione e nella sua idea di design?
Dopo essermi laureato in architettura con Natalini, ho avuto la fortuna di incontrare Ettore Sottsass. Il periodo ‘Memphis’ con lui è stato segnato – oltre che dalla ribellione a un design ormai esanime e di pura funzionalità – da una grandissima curiosità verso i materiali, le loro caratteristiche e le loro potenzialità espressive. Questo è stato uno degli insegnamenti fondamentali per me.

 

Lei ha coniato un nuovo termine: ecotecture. Ci spiega meglio di cosa si tratta?
Il termine Ecotecture è composto dalle parole inglesi ecology, economy, architecture.

 

Cosa significa?
Significa estetica dell’economia: un lavoro di sottrazione e semplificazione, dove il semplice non è impoverimento ma esito di un continuo raffinare, di un progressivo avvicinamento all’essenza del problema.

 

In cosa si traduce?
Nella riduzione del fabbisogno energetico con semplicità ed efficacia: una sistematica analisi microclimatica (i cambiamenti stagionali, le esposizioni sud-est e sud-ovest, i venti del giorno e della notte) permette di ottimizzare l’energia del luogo: è questa la prima responsabilità progettuale. Applicare le prescrizioni necessarie per un’architettura a basso consumo è un approccio in continuità con una tradizione – si pensi per esempio alle case Walser in montagna – da interpretare con i mezzi della modernità, dallo studio dell’involucro, all’esposizione solare, alla differenziazione delle facciate, all’impiantistica.

 

Quali sono i materiali che più di altri possono essere sfruttati per alimentare questa idea di architettura?
Il legno e la pietra. In generale dovrebbero essere possibilmente materiali reperibili nelle vicinanze, quindi materiali locali. Questo per evitare spese di trasporto e l’inquinamento che ne consegue.

 

Quali materiali non sono stati ancora sfruttati come potrebbero?
Il legno. Non c’é più giustificazione per il fatto che – nonostante una selvicoltura valida, un’industria del legno moderna e delle riserve di legno rigenerate – a causa di una comodità economica ed intellettuale consumiamo materiali, per la produzione dei quali consumiamo insostituibili quantità di energia.

 

C’è una cosa che Matteo Thun vorrebbe davvero progettare, ma non ha mai avuto occasione di farlo?
A dire il vero no: sono molto soddisfatto dei progetti che ho portato a termine e che sto seguendo attualmente. Quindi, per ora, non ho nessun rimpianto.

 

Tratto da magazine ceramicaecomplementi n.4