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Renzo Costa: l’Architettura è movimento

Colore, forma, movimento

Renzo Costa è uno dei più celebri e stimati architetti italiani, fiero di portare il vessillo del Made in Italy in giro per il mondo.

Di paesi, Costa ne ha visitati parecchi fin dagli esordi della sua carriera e in ognuno di essi ha lasciato un pezzo di sé e della sua visione architettonica: la forma scaturisce dal movimento.

Costa non possiede unicamente una visione architettonica, ma anche una vera e propria filosofia dell’esteriorità: un particolare che solitamente segna la differenza fra un architetto ed un grande architetto.

In questa intervista scopriremo progetti meno noti e piccole chicche che hanno fatto il successo di quest’inventore del presente.

 

Partiamo dal progetto del nuovo ingresso della sede di Philip Morris. Può dirci come è stato realizzato l’intero progetto e quale era la richiesta della committenza?
Il progetto Philip Morris non doveva apparire come il risultato di un fatto pubblicitario (poiché per statuto non è consentito loro di fare pubblicità) ma come concentrazione di sobrietà ed eleganza. Avevamo a disposizione un ingresso anni ’60, con due bassorilievi in travertino, che ho deciso di valorizzare fondendoli percettivamente nella composizione della nuova facciata. La grande scalinata è stata ricomposta con l’apposizione di due grandi fioriere in acciaio, che avevano il compito di comprimere dai lati esterni la dimensione della scalinata ed iniziare a concentrare l’attenzione verso l’elemento simbolo centrale dell’ingresso. Nel primo ripiano, in posizione centrale, un’unica lastra in cristallo blindato su supporti in acciaio sostiene una sobria scritta che determina il nuovo logo Philip Morris. Dopo la prima rampa di scale un insieme di volumi a soffitto con i colori aziendali conducono all’ingresso principale interno, sulle cui vetrate è riportato un logo frazionato e sovradimensionato che ribadisce il concetto della monocromia utilizzata.

 

Una realizzazione molto particolare è stato il progetto che ha trasformato un’ex istituto bancario nell’attuale Hotel Al Ponte dei Sospiri, a Venezia. Come si è articolata questa ristrutturazione?
A Venezia ho un caro amico, Renato Gianmanco che ama definirsi “golfista e albergatore”, ma per me è più albergatore che golfista. Fiutò un immobile all’angolo del Rio della Canonica, nei pressi di Piazza San Marco, in pratica il rio che costeggia Palazzo Ducale e che passa sotto il Ponte dei Sospiri. Mi chiese di trasformarlo in albergo di lusso e fu così che rimasi a lavorare a Venezia per oltre sei anni. L’edificio non è molto grande e decidemmo di puntare sulla qualità riducendo il numero delle camere, realizzando nove suite, un lounge bar al primo piano, una piccola SPA ed un ingresso sul rio per lo sbarco con i motoscafi, oltre all’ingresso pedonale sulla calle. Le stanze sono elegantemente arredate con tessuti in seta veneziana con motivi d’epoca, letti a baldacchino, lampadari Ca’ Rezzonico di Murano, bagni forniti di doccia e vasche Jacuzzi, suite non fumatori e lady room. Ambienti di grande charme con ogni comodità, in grado di soddisfare i sogni di qualsiasi ospite, specialmente di una donna.

 

Oltre al lavoro su alberghi di lusso, si è spesso trovato a lavorare per ville e dimore private. Quanto è diverso rapportarsi ad un progetto per un’abitazione, piuttosto che ad un albergo? Questa differenza le ha mai posto dei limiti espressivi?
L’espressività si può manifestare in ogni forma d’arte, essendo l’arte per sua natura simbolo di libertà. Però bisogna fare dei distinguo quando si progetta un albergo: essendo esso un bene strumentale, bisogna attenersi a dati precisi che facciano funzionare un business plan, poi passare al dettaglio progettuale che è la sintesi di operazioni fatte a monte del concept di progetto in modo che si possano percepire tutti quei dettagli in grado di garantire comfort e lusso discreto. Altro discorso è il concetto di una dimora privata che è un lavoro “su misura” poiché in questo caso la figura più importante sono i proprietari, fruitori del progetto che verrà ideato. Tanto più il progettista, con le sue qualità di psicologo, riuscirà a interpretare i desideri del cliente e ad esprimerli secondo il suo linguaggio architettonico, tanto meglio saranno raggiunti gli obiettivi.

 

Ci parli di un progetto per una casa privata che le è rimasto particolarmente a cuore.
Un progetto al quale sono rimasto molto legato è Butterfly House, villa realizzata all’interno del comprensorio dell’Olgiata a Roma. I committenti sono due coniugi con due figlie, lui ambasciatore e lei una signora giapponese. Quando li incontrai per la prima volta mi raccontarono dei loro grandi spostamenti dovuti al lavoro del marito, poi la signora mi consegnò un foglio a quadretti, “il progetto”, dove intorno ad un quadrato aveva disposto un giardino. Lasciandomi, mi disse che non avrebbe voluto una casa con il tetto; lui sorrise e mi disse: “Vorrei concentrare qui i ricordi più belli del mio peregrinare”. Fu così che pensai ad una forma il più possibile aperta, a forma di farfalla, con i tetti inclinati verso l’alto con un impluvium centrale e con un elemento a ponte che collegasse il salone libreria con lo studio dell’ambasciatore. Aperture finestrate permettono una penetrazione visiva su ogni lato. Una struttura aperta, per sottolineare l’effetto di respiro e “movimento” dell’architettura. Il collegamento verticale è costituito da una scala scultorea realizzata in opera, costituita da un nastro che si muove in senso sinusoidale. Le falde del tetto sono dipinte di blu come il cielo. Il setto rosso che penetra trasversalmente la casa è un segno che rappresenta l’energia del movimento, il coronamento in rame delle ali della farfalla e i pettini frangisole definiscono la volontà di espressione della mia “architettura del movimento” che da tempo porto avanti.

 

E’ cambiata l’opinione all’estero del Made in Italy, in un periodo come questo, in cui il ritorno d’immagine dell’Italia non è particolarmente positivo?
A riguardo mi piacerebbe ricordare un evento, la mostra Lo Stile Italiano – Arte e Design, organizzata nel 2011 a Montecarlo per celebrare i 150 anni dell’Unità d’Italia. Quando l’Ambasciatore Antonio Morabito e l’organizzatore Massimo Cirulli mi proposero di progettare l’allestimento espositivo della mostra, subito pensai a come avrei fatto a rappresentare la sorpresa della scoperta, il taglio di una prospettiva, la meraviglia di uno sguardo, nella trasversalità di una mostra che l’Ambasciatore e i curatori volevano fosse raccontata non in senso tradizionale, ma per sensazioni. Decisi quindi che l’architetto avrebbe dovuto lasciare spazio allo scenografo e al regista, che avrebbe così potuto raccontare in libertà una storia unica. L’ambientazione è stata realizzata immaginando un intervento fuori scala, simbolico e minimale. L’evento si è potuto realizzare anche e soprattutto per il supporto tecnico ed economico che l’azienda Berni, con la sua alta professionalità, ha messo a dispo­sizione. Basti pensare alla realizzazione di uno degli elementi simbolo della mostra: ”La bandiera degli italiani” un’installazione 4.00 mt. x 2.00 mt., creata con un gioco di vo­lumi contrapposti a forma triangolare che rappresenta da un lato il tricolore italiano e dall’altro, con l’installazione di 130 formel­le ceramiche, i volti degli italiani che hanno meglio rappresentato il nostro Paese nel Mondo. Per rispondere quindi alla sua domanda, posso assicurarle che il valore del Made in Italy nel suo senso più alto di creazione, artigianalità, saper fare, godono ancora di grande stima e considerazione in tutto il mondo, e questo non può che essere un motivo di orgoglio, uno stimolo a continuare nella nostra opera comune di ricerca e sperimentazione.

 

Tratto da rivista ceramicaecomplementi n. 17

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Renzo Costa: l’Architettura è movimento

Colore, forma, movimento

Renzo Costa è uno dei più celebri e stimati architetti italiani, fiero di portare il vessillo del Made in Italy in giro per il mondo.

Di paesi, Costa ne ha visitati parecchi fin dagli esordi della sua carriera e in ognuno di essi ha lasciato un pezzo di sé e della sua visione architettonica: la forma scaturisce dal movimento.

Costa non possiede unicamente una visione architettonica, ma anche una vera e propria filosofia dell’esteriorità: un particolare che solitamente segna la differenza fra un architetto ed un grande architetto.

In questa intervista scopriremo progetti meno noti e piccole chicche che hanno fatto il successo di quest’inventore del presente.

 

Partiamo dal progetto del nuovo ingresso della sede di Philip Morris. Può dirci come è stato realizzato l’intero progetto e quale era la richiesta della committenza?
Il progetto Philip Morris non doveva apparire come il risultato di un fatto pubblicitario (poiché per statuto non è consentito loro di fare pubblicità) ma come concentrazione di sobrietà ed eleganza. Avevamo a disposizione un ingresso anni ’60, con due bassorilievi in travertino, che ho deciso di valorizzare fondendoli percettivamente nella composizione della nuova facciata. La grande scalinata è stata ricomposta con l’apposizione di due grandi fioriere in acciaio, che avevano il compito di comprimere dai lati esterni la dimensione della scalinata ed iniziare a concentrare l’attenzione verso l’elemento simbolo centrale dell’ingresso. Nel primo ripiano, in posizione centrale, un’unica lastra in cristallo blindato su supporti in acciaio sostiene una sobria scritta che determina il nuovo logo Philip Morris. Dopo la prima rampa di scale un insieme di volumi a soffitto con i colori aziendali conducono all’ingresso principale interno, sulle cui vetrate è riportato un logo frazionato e sovradimensionato che ribadisce il concetto della monocromia utilizzata.

 

Una realizzazione molto particolare è stato il progetto che ha trasformato un’ex istituto bancario nell’attuale Hotel Al Ponte dei Sospiri, a Venezia. Come si è articolata questa ristrutturazione?
A Venezia ho un caro amico, Renato Gianmanco che ama definirsi “golfista e albergatore”, ma per me è più albergatore che golfista. Fiutò un immobile all’angolo del Rio della Canonica, nei pressi di Piazza San Marco, in pratica il rio che costeggia Palazzo Ducale e che passa sotto il Ponte dei Sospiri. Mi chiese di trasformarlo in albergo di lusso e fu così che rimasi a lavorare a Venezia per oltre sei anni. L’edificio non è molto grande e decidemmo di puntare sulla qualità riducendo il numero delle camere, realizzando nove suite, un lounge bar al primo piano, una piccola SPA ed un ingresso sul rio per lo sbarco con i motoscafi, oltre all’ingresso pedonale sulla calle. Le stanze sono elegantemente arredate con tessuti in seta veneziana con motivi d’epoca, letti a baldacchino, lampadari Ca’ Rezzonico di Murano, bagni forniti di doccia e vasche Jacuzzi, suite non fumatori e lady room. Ambienti di grande charme con ogni comodità, in grado di soddisfare i sogni di qualsiasi ospite, specialmente di una donna.

 

Oltre al lavoro su alberghi di lusso, si è spesso trovato a lavorare per ville e dimore private. Quanto è diverso rapportarsi ad un progetto per un’abitazione, piuttosto che ad un albergo? Questa differenza le ha mai posto dei limiti espressivi?
L’espressività si può manifestare in ogni forma d’arte, essendo l’arte per sua natura simbolo di libertà. Però bisogna fare dei distinguo quando si progetta un albergo: essendo esso un bene strumentale, bisogna attenersi a dati precisi che facciano funzionare un business plan, poi passare al dettaglio progettuale che è la sintesi di operazioni fatte a monte del concept di progetto in modo che si possano percepire tutti quei dettagli in grado di garantire comfort e lusso discreto. Altro discorso è il concetto di una dimora privata che è un lavoro “su misura” poiché in questo caso la figura più importante sono i proprietari, fruitori del progetto che verrà ideato. Tanto più il progettista, con le sue qualità di psicologo, riuscirà a interpretare i desideri del cliente e ad esprimerli secondo il suo linguaggio architettonico, tanto meglio saranno raggiunti gli obiettivi.

 

Ci parli di un progetto per una casa privata che le è rimasto particolarmente a cuore.
Un progetto al quale sono rimasto molto legato è Butterfly House, villa realizzata all’interno del comprensorio dell’Olgiata a Roma. I committenti sono due coniugi con due figlie, lui ambasciatore e lei una signora giapponese. Quando li incontrai per la prima volta mi raccontarono dei loro grandi spostamenti dovuti al lavoro del marito, poi la signora mi consegnò un foglio a quadretti, “il progetto”, dove intorno ad un quadrato aveva disposto un giardino. Lasciandomi, mi disse che non avrebbe voluto una casa con il tetto; lui sorrise e mi disse: “Vorrei concentrare qui i ricordi più belli del mio peregrinare”. Fu così che pensai ad una forma il più possibile aperta, a forma di farfalla, con i tetti inclinati verso l’alto con un impluvium centrale e con un elemento a ponte che collegasse il salone libreria con lo studio dell’ambasciatore. Aperture finestrate permettono una penetrazione visiva su ogni lato. Una struttura aperta, per sottolineare l’effetto di respiro e “movimento” dell’architettura. Il collegamento verticale è costituito da una scala scultorea realizzata in opera, costituita da un nastro che si muove in senso sinusoidale. Le falde del tetto sono dipinte di blu come il cielo. Il setto rosso che penetra trasversalmente la casa è un segno che rappresenta l’energia del movimento, il coronamento in rame delle ali della farfalla e i pettini frangisole definiscono la volontà di espressione della mia “architettura del movimento” che da tempo porto avanti.

 

E’ cambiata l’opinione all’estero del Made in Italy, in un periodo come questo, in cui il ritorno d’immagine dell’Italia non è particolarmente positivo?
A riguardo mi piacerebbe ricordare un evento, la mostra Lo Stile Italiano – Arte e Design, organizzata nel 2011 a Montecarlo per celebrare i 150 anni dell’Unità d’Italia. Quando l’Ambasciatore Antonio Morabito e l’organizzatore Massimo Cirulli mi proposero di progettare l’allestimento espositivo della mostra, subito pensai a come avrei fatto a rappresentare la sorpresa della scoperta, il taglio di una prospettiva, la meraviglia di uno sguardo, nella trasversalità di una mostra che l’Ambasciatore e i curatori volevano fosse raccontata non in senso tradizionale, ma per sensazioni. Decisi quindi che l’architetto avrebbe dovuto lasciare spazio allo scenografo e al regista, che avrebbe così potuto raccontare in libertà una storia unica. L’ambientazione è stata realizzata immaginando un intervento fuori scala, simbolico e minimale. L’evento si è potuto realizzare anche e soprattutto per il supporto tecnico ed economico che l’azienda Berni, con la sua alta professionalità, ha messo a dispo­sizione. Basti pensare alla realizzazione di uno degli elementi simbolo della mostra: ”La bandiera degli italiani” un’installazione 4.00 mt. x 2.00 mt., creata con un gioco di vo­lumi contrapposti a forma triangolare che rappresenta da un lato il tricolore italiano e dall’altro, con l’installazione di 130 formel­le ceramiche, i volti degli italiani che hanno meglio rappresentato il nostro Paese nel Mondo. Per rispondere quindi alla sua domanda, posso assicurarle che il valore del Made in Italy nel suo senso più alto di creazione, artigianalità, saper fare, godono ancora di grande stima e considerazione in tutto il mondo, e questo non può che essere un motivo di orgoglio, uno stimolo a continuare nella nostra opera comune di ricerca e sperimentazione.

 

Tratto da rivista ceramicaecomplementi n. 17