Shigeru Ban, maestro della ricostruzione

L’anti-archistar

Ad un anno esatto dall’assegnazione del Pritzker Architecture Prize a Toyo Ito, nel 2014 l’ambito premio torna in Giappone nelle mani di Shigeru Ban, come impostazione mentale sicuramente il meno giapponese fra tutti gli architetti del paese del Sol Levante e sicuramente il simbolo dell’opposizione al concetto ormai abusato di archistar.

Come una armonia musicale di Bach o Vivaldi, le opere di Ban hanno tutto tranne che la pesantezza di certa architettura contemporanea in bilico fra senso di celebrazione e volontà di affermazione nei secoli.

 

Per un’architettura “umanitaria”

Non sono parole nostre, ma dello stesso Ban, diventate ormai famose per essere state riprese dalle più importanti testate internazionali: “Diventando architetto, sono andato incontro a una delusione. Pensavo che si trattasse di una professione orientata socialmente, ma in realtà lavoriamo per lo più per gente privilegiata: siccome il potere e il denaro sono invisibili, ci arruolano per dimostrare agli altri con monumenti il loro potere e denaro”.

Per questa ragione etica, Shigeru Ban ha impostato ogni suo lavoro ad una visione più ampia dell’intervento architettonico, non solo monumento (moderne piramidi o torri di Babele) ma spazio di vita, di connessione, di rapporto, di rinascita, spazio sociale e culturale in cui le migliori energie possano trovare una ragione per ripartire anche quando la natura ha distrutto non solo l’infrastruttura ma anche la speranza e la volontà.

Dal terremoto di Kobe nel 1995 a quello de L’Aquila nel 2009, passando per Haiti, Ruanda, Turchia, Cina, India, Nuova Zelanda, dove la natura o l’uomo hanno colpito con devastante potenza Ban è sempre stato lì, in prima persona o attraverso il Voluntary Architects’ Network da lui fondato, ad offrire la sua esperienza ed il suo afflato umanitario progettando innanzitutto rifugi, centri comunitari temporanei e luoghi spirituali per coloro che hanno sofferto enormi perdite e distruzioni, solo con l’obiettivo di migliorare le loro condizioni di vita.

 

Progettare controcorrente

Leggerezza, semplicità e non convenzionalità di linee, strutture e materiali sono la firma indelebile di ogni sua realizzazione.

Quando nel 1995, a seguito del terremoto che colpi Kobe nel suo Giappone, Shigeru Ban progettò per i rifugiati vietnamiti casette temporanee realizzate in legno, casse di birra ripiene di sabbia e pareti di tubi di cartone si poteva capire che la sua strada non sarebbe stata quella di un architetto qualsiasi.

Da lì in avanti la sua intuizione ha aperto una strada fatta di ricerca e di innovazione, attenta all’utilizzo di materiali a basso impatto ambientale, riciclabili, il più possibile locali e a basso costo, per molti e non per pochi: carta, cartone, bambù, fibra di vetro, tessuti, vetroresina assumono, nel loro assemblaggio, una funzione sociale e comunitaria di architettura che esalta il divenire al posto dell’eternità, il cambiamento al posto della stasi, la sostenibilità al posto dell’impatto ambientale.

La Cardboard Cathedral in Nuova Zelanda, la Paper Concert Hall a L’Aquila, il Centre Pompidou-Metz, le residenze post-tsunami a Muslim in Sri Lanka sono solo alcuni fra gli esempi che dimostrano perché questo premio tanto ambito sia stato assegnato proprio a lui: “Shigeru Ban è un architetto instancabile il cui lavoro trasuda ottimismo. Dove gli altri possono vedere le sfide insormontabili, Ban vede un invito all’azione. Dove gli altri potrebbero prendere un percorso collaudato, lui vede la possibilità di innovare. È un maestro impegnato, non solo un modello per le giovani generazioni, ma anche una fonte d’ispirazione” (Giuria per l’assegnazione del Pritzker Architecture Prize 2014).

 

A conclusione di questo nostro breve viaggio nel mondo di Shigeru Ban, che speriamo vi abbia incuriosito ed anche emozionato, lasciamo la parola al notro protagonista: I see this prize as encouragement for me to keep doing what I am doing – not to change what I am doing, but to grow (“Vedo questo premio come un incoraggiamento a continuare a fare ciò che sto facendo – non per cambiare ciò che sto facendo, ma per crescere”).

Queste bellissime parole facciamole nostre, sempre!