Thames Hub Airport: realtà o immaginazione?

Un nuovo, intelligente, approccio alle infrastrutture?

Abbiamo iniziato questo nostro reportage futurista con due punti di domanda, perché la questione è di primaria importanza. Ai primi due, ne aggiungiamo un terzo: avrebbe senso o meno investire miliardi nella realizzazione di un nuovo approccio al sistema dei trasporti su scala globale, il Thames Hub Airport ipotizzato e presentato dallo studio di Sir Norman Foster in collaborazione con Halcrow e Volterra Partners come futuro scalo per il trasporto aereo di Londra, se questo portasse considerevoli vantaggi da un punto di vista di tutela della salute, di miglioramento dell’efficienza energetica e di salvaguardia ambientale?

 

Scappo dalla città: la vita, l’amore, gli aerei

Riprendendo il titolo di un simpatico film di qualche anno fa, il progetto in questione è l’estrema evoluzione di una questione che negli ultimi anni si sta ponendo all’interno del dibattito pubblico sulla sostenibilità della presenza di grandi infrastrutture altamente inquinanti all’interno dei centri urbani.

Heatrow, principale scalo aereo londinese, tra i più trafficati al mondo con circa 1.290 movimenti aerei al giorno e 70 milioni di passeggeri in transito ogni anno, si trova infatti in una zona fortemente urbanizzata ed ogni giorno le teste dei londinesi sono sorvolate da tonnellate di acciaio volante a 70 dB(A) medi di potenza acustica.
Punto di partenza ed al tempo stesso obiettivo finale di Norman Foster nello studio del progetto è stato proprio questo: liberare la città da una presenza così ingombrante con un hub delocalizzato (ma non troppo), da costruire sull’Isle of Grain, all’estuario del Tamigi, zona a bassa densità abitativa, isolata, a circa cinquanta miglia ad est della capitale.

L’infrastruttura di una nazione non può mai essere data per scontata. Heathrow, con le sue origini militari, è un caso emblematico: sono state sfruttate tutte le possibilità di correzione ed ampliamento ma non è più in grado di rispondere alle esigenze attuali, né tantomeno a quelle future … Se vogliamo dar vita ad una nuova infrastruttura per i trasporti e l’energia in Gran Bretagna dobbiamo riprendere la visione ed il coraggio politico dei nostri antenati del 19° secolo, attingere alle nostre tradizioni di ingegneria, design e paesaggio. Non abbiamo scelta” ha detto Norman Foster per convincere il governo inglese della bontà del suo progetto.

Progetto che, va ricordato, non consisterebbe soltanto nella realizzazione dello scalo aereo, il Thames Hub Airport, ma coinvolgerebbe (con un investimento totale stimato di 50 miliardi di sterline), rivoluzionandolo, l’intero sistema dei trasporti di superficie dell’Inghilterra: la visione globale includerebbe infatti nuove linee ferroviarie ad alta velocità, in partenza proprio dallo scalo e con una capacità stimata di 300.000 passeggeri al giorno, dirette verso Londra e le maggiori città dell’isola, aprendo una diretta connessione con il continente europeo.

A tutto ciò si unirebbe un nuovo scalo marittimo ed una mega installazione (cinque chilometri di lunghezza per cinquecento metri di larghezza) da realizzare sul Tamigi comprendente insieme un sistema di protezione dalle inondazioni ed un impianto per la produzione di energia dalle maree, energia che verrebbe indirizzata alle esigenze del nuovo hub, limitando così il più possibile il suo impatto ambientale.

 

Vantaggi futuri, critiche attuali

Liberare Londra da inquinamento acustico ed atmosferico sarebbe, come abbiamo già detto, il principale vantaggio del nuovo hub sull’Isle of Grain, ma la visione globale del progetto ha nel suo insieme un approccio più coinvolgente che guarda all’interesse generale più che particolare.
Spostando infatti il trasporto aereo in una zona scarsamente abitata, ed integrando il sistema a quello dei trasporti su rotaia, si ridurrebbe del 95% la percentuale di persone che soffrono ogni giorno per il traffico aereo urbano; contemporaneamente, secondo le previsioni, circolerebbero quattromila camion in meno al giorno sull’M25, la circonvallazione di Londra. Inoltre il 60% delle nuove linee ferroviarie sarebbero intergrate nel paesaggio e praticamente invisibili a distanza, mentre il 30% di esse scorrerebbe sottoterra.

L’energia da marea prodotta dal sistema di barriere sull’estuario del Tamigi potrebbe arrivare fino a 525 GWh/anno, sufficiente ad alimentare 250.000 abitazioni o tutta la struttura dell’hub, proteggendo al tempo stesso dalle inondazioni del Tamigi il 150% in più delle terre rispetto all’attuale sistema difensivo e rendendo edificabili grandi aree al momento a rischio.

L’integrazione apporterebbe benefici non solo ambientali ma anche economici: incorporando cablaggio dei dati, linee di distribuzione di energia pulita, nuovi sistemi di trasporti, a fronte di un costo stimato di circa 50 miliardi di sterline i ricavi sarebbero nell’ordine di 150 miliardi, con ricadute occupazionali stimate in 200.000 nuovi posti di lavoro a lungo termine.

Ma non tutti sono d’accordo con questa visione.

Il progetto del Thames Hub Airport infatti non convince numerosi gruppi ambientalisti, WWF e Greanpeace in testa, che ricordano come l’area dell’estuario del Tamigi non sia affatto isolata e “desolata” come gli estensori del progetto vorrebbero far credere, bensì popolata da migliaia di uccelli che proprio lì vanno a nutrirsi e fanno capo durante le migrazioni.
Inoltre ad Heatrow lavorano circa 76.000 persone. Numerosi osservatori sottolineano il fatto che lo scalo attualmente sarebbe troppo piccolo per garantire la possibilità di effettuare voli nei paesi in forte crescita, specialmente la Cina. Non la pensa così Colin Matthews, AD di Heatrow, secondo cui “la Gran Bretagna ha già uno dei più efficienti aeroporti internazionale del mondo, la cui espansione metterebbe il nostro paese in testa nella corsa globale, collegandolo alle economie in rapida crescita. Heathrow ha una posizione migliore per imprese e passeggeri: perché dunque costruire da capo un nuovo scalo?

 

E come abbiamo iniziato, così chiudiamo, con una domanda che ci spinge a riflettere: il futuro che prevediamo va nella giusta direzione?