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Universo Alessandro Mendini

Il teorico del radical design

Ha influenzato, segnato e teorizzato il design italiano degli ultimi quarant’anni. Ora Alessandro Mendini sceglie di raccontarsi e di raccontare il suo punto di vista. Con una certezza: di design si parla fin troppo, e forse anche a sproposito.

Parlare di lui equivale a fare un passo nell’olimpo di coloro che la storia del design, più che viverla, l’hanno scritta. Il suo nome, così semplice nella sua italianità, si lega un’infinità di lavori e a una miriade di progetti. Ha lavorato con Alessi, Philips, Cartier, Hermés e altri ancora, ma ha progettato anche edifici che sono divenuti oggetto di studio (e spesso di culto) dei giovani architetti. Basti pensare al Groninger Museum di Groningen, surreale mix di geometria naif e cromatica, o alla Villa Amistà, dove i temi settecenteschi vengono rielaborati in chiave onirica, diluendo passato e futuro in una soluzione allo stesso tempo colta e pop.

Alessandro Mendini non ha mai rinnegato le sfide passando con nonchalance dalla progettazione di edifici monumentali alla realizzazione di bicchieri, cavatappi e oggetti da cucina, cercando in ogni caso di spingere la ricerca sulla forma un passo più in là. Oggi lavora con il fratello Francesco, anche lui architetto, nell’atelier milanese che porta il loro nome e che hanno fondato nel 1989; insieme a loro un gruppo di architetti e di designer che, come dice lui, lavorano in uno studio “dove vivono le forze centrifughe, e dove il lavoro richiede molta energia”.

Proviamo a ricapitolare: al suo nome si legano almeno tre importanti momenti della storia del design. Dopo il radical design teorizzato sulla pagine di Casabella, il design banale di Modo e il post modernismo descritto su Domus, come definirebbe il suo attuale periodo creativo?
Tutto quanto faccio adesso è pensato all’interno di una idea di fragilità del mondo, di violenza delle persone e delle cose, di impossibilità di previsioni a lungo termine. In questo sfuggire della stabilità delle forme, cerco a tutti i livelli (dall’architettura in giù) di realizzare comunque delle «figure» ben visibili, delle testimonianze di utopia di un nuovo umanesimo.

A lei si è soliti associare un’idea di design estremamente colta e spirituale. Spesso ha detto che più che la funzionalità di un oggetto o di uno spazio è importante la relazione che è in grado di creare con le persone. E’ ancora convinto di questo approccio oppure l’esperienze e il tempo l’hanno portata a rivalutarlo?
Penso sempre che i progetti debbano esprimere spiritualità: è una idea costante nella mia vita. Come costante, nonostante il progressivo variare dei miei alfabeti, è l’interesse per le parole invariabili: vita, morte, sentimento, dolore.

A suo avviso la cultura estetica nel nostro paese, rispetto agli anni ’50 per esempio, si è affinata oppure è vittima di un generale imbarbarimento?
Il terremoto stilistico dovuto allo spostamento dei baricentri culturali, economici, produttivi e progettuali nel globo certamente provoca delle gravi crisi di assestamento in Italia. Abbiamo però sempre il nostro asso nella manica, anche se ora latente: la tradizione (e il DNA) artistico- rinascimentale.

Più volte ha parlato di “oggetti ad uso spirituale”, o di “spazi spirituali”, ma parlando di materiali è possibile applicare lo stesso concetto?
Oggi l’estremo interesse attribuito nel design alla sofisticatissima ricerca sui materiali e alle nuove tecnologie nasconde un’aridità di fondo: l’obiettivo tecnologico sostituisce un vero approccio antropologico e psicologico. È un atteggiamento grave, pericoloso e deviante. I nuovi materiali dovrebbero ricollegarsi a quelli arcaici.

Che rapporto ha con la tecnologia?
Per me la tecnologia è un mezzo e non un fine. Sembra un’affermazione banale, me per me è un fondamento.

L’impatto ecologico di un edificio, ma anche di un materiale, nella sua scala di valori che posto occupa?
Sempre di più sono sensibile a questo problema enorme. Recentemente abbiamo avuto delle occasioni di affrontare direttamente vari temi ecologici su oggetti ed edifici precisi. Ma così come non voglio che una forma derivi dalla funzione, altrettanto cerco che essa non derivi dall’ecologia. La forma per me deriva dalla ricerca estetica sulla forma.

Inevitabile tastare il polso al design italiano. Lei ha avuto modo di sottolineare quanto sia ancora legato alla suo origine, alla bottega rinascimentale. Potrebbe approfondire questo concetto? È un pregio o un vincolo fin troppo stretto?
Non c’è altra via: se il design italiano vuole sopravvivere, il concetto di bottega artigiana poli-disciplinare ed artistica del nostro medioevo e rinascimento è quello che conta. Basta vedere i precedenti linguistici più geniali: Futurismo, Bel Design, Arte Povera, Design Radicale, Alchimia, Transavanguardia, Memphis… e poi siamo in fiduciosa attesa. Il design italiano è fatto di immagini.

C’è un settore in cui il design non è ancora penetrato?
Secondo me il design, o magari la parola design, cerca di infilarsi oggi troppo e dappertutto, e questo è un male. Si dice oggi che il design è liquido, per me invece è un solido, è perimetrabile, non si deve spargere dovunque.

C’è qualcosa che non ha ancora progettato e che vorrebbe disegnare?
Ritengo di avere anche troppo esagerato nell’avere affrontato tante cose. A volte invidio la lentezza e la concentrazione meditativa di Giorgio Morandi davanti al tavolo, solo tutta la vita con le sue bottiglie.

Alessandro Mendini ha dei rimpianti? So che lei si ritiene un cartoonist mancato, ha rinunciato del tutto a questa ambizione?
A questa domanda non so, oppure non mi piace, rispondere. Comunque tutta la vita è bene sia cosparsa di nostalgie.

 

Tratto da rivista ceramicaecomplementi n. 2

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Universo Alessandro Mendini

Il teorico del radical design

Ha influenzato, segnato e teorizzato il design italiano degli ultimi quarant’anni. Ora Alessandro Mendini sceglie di raccontarsi e di raccontare il suo punto di vista. Con una certezza: di design si parla fin troppo, e forse anche a sproposito.

Parlare di lui equivale a fare un passo nell’olimpo di coloro che la storia del design, più che viverla, l’hanno scritta. Il suo nome, così semplice nella sua italianità, si lega un’infinità di lavori e a una miriade di progetti. Ha lavorato con Alessi, Philips, Cartier, Hermés e altri ancora, ma ha progettato anche edifici che sono divenuti oggetto di studio (e spesso di culto) dei giovani architetti. Basti pensare al Groninger Museum di Groningen, surreale mix di geometria naif e cromatica, o alla Villa Amistà, dove i temi settecenteschi vengono rielaborati in chiave onirica, diluendo passato e futuro in una soluzione allo stesso tempo colta e pop.

Alessandro Mendini non ha mai rinnegato le sfide passando con nonchalance dalla progettazione di edifici monumentali alla realizzazione di bicchieri, cavatappi e oggetti da cucina, cercando in ogni caso di spingere la ricerca sulla forma un passo più in là. Oggi lavora con il fratello Francesco, anche lui architetto, nell’atelier milanese che porta il loro nome e che hanno fondato nel 1989; insieme a loro un gruppo di architetti e di designer che, come dice lui, lavorano in uno studio “dove vivono le forze centrifughe, e dove il lavoro richiede molta energia”.

Proviamo a ricapitolare: al suo nome si legano almeno tre importanti momenti della storia del design. Dopo il radical design teorizzato sulla pagine di Casabella, il design banale di Modo e il post modernismo descritto su Domus, come definirebbe il suo attuale periodo creativo?
Tutto quanto faccio adesso è pensato all’interno di una idea di fragilità del mondo, di violenza delle persone e delle cose, di impossibilità di previsioni a lungo termine. In questo sfuggire della stabilità delle forme, cerco a tutti i livelli (dall’architettura in giù) di realizzare comunque delle «figure» ben visibili, delle testimonianze di utopia di un nuovo umanesimo.

A lei si è soliti associare un’idea di design estremamente colta e spirituale. Spesso ha detto che più che la funzionalità di un oggetto o di uno spazio è importante la relazione che è in grado di creare con le persone. E’ ancora convinto di questo approccio oppure l’esperienze e il tempo l’hanno portata a rivalutarlo?
Penso sempre che i progetti debbano esprimere spiritualità: è una idea costante nella mia vita. Come costante, nonostante il progressivo variare dei miei alfabeti, è l’interesse per le parole invariabili: vita, morte, sentimento, dolore.

A suo avviso la cultura estetica nel nostro paese, rispetto agli anni ’50 per esempio, si è affinata oppure è vittima di un generale imbarbarimento?
Il terremoto stilistico dovuto allo spostamento dei baricentri culturali, economici, produttivi e progettuali nel globo certamente provoca delle gravi crisi di assestamento in Italia. Abbiamo però sempre il nostro asso nella manica, anche se ora latente: la tradizione (e il DNA) artistico- rinascimentale.

Più volte ha parlato di “oggetti ad uso spirituale”, o di “spazi spirituali”, ma parlando di materiali è possibile applicare lo stesso concetto?
Oggi l’estremo interesse attribuito nel design alla sofisticatissima ricerca sui materiali e alle nuove tecnologie nasconde un’aridità di fondo: l’obiettivo tecnologico sostituisce un vero approccio antropologico e psicologico. È un atteggiamento grave, pericoloso e deviante. I nuovi materiali dovrebbero ricollegarsi a quelli arcaici.

Che rapporto ha con la tecnologia?
Per me la tecnologia è un mezzo e non un fine. Sembra un’affermazione banale, me per me è un fondamento.

L’impatto ecologico di un edificio, ma anche di un materiale, nella sua scala di valori che posto occupa?
Sempre di più sono sensibile a questo problema enorme. Recentemente abbiamo avuto delle occasioni di affrontare direttamente vari temi ecologici su oggetti ed edifici precisi. Ma così come non voglio che una forma derivi dalla funzione, altrettanto cerco che essa non derivi dall’ecologia. La forma per me deriva dalla ricerca estetica sulla forma.

Inevitabile tastare il polso al design italiano. Lei ha avuto modo di sottolineare quanto sia ancora legato alla suo origine, alla bottega rinascimentale. Potrebbe approfondire questo concetto? È un pregio o un vincolo fin troppo stretto?
Non c’è altra via: se il design italiano vuole sopravvivere, il concetto di bottega artigiana poli-disciplinare ed artistica del nostro medioevo e rinascimento è quello che conta. Basta vedere i precedenti linguistici più geniali: Futurismo, Bel Design, Arte Povera, Design Radicale, Alchimia, Transavanguardia, Memphis… e poi siamo in fiduciosa attesa. Il design italiano è fatto di immagini.

C’è un settore in cui il design non è ancora penetrato?
Secondo me il design, o magari la parola design, cerca di infilarsi oggi troppo e dappertutto, e questo è un male. Si dice oggi che il design è liquido, per me invece è un solido, è perimetrabile, non si deve spargere dovunque.

C’è qualcosa che non ha ancora progettato e che vorrebbe disegnare?
Ritengo di avere anche troppo esagerato nell’avere affrontato tante cose. A volte invidio la lentezza e la concentrazione meditativa di Giorgio Morandi davanti al tavolo, solo tutta la vita con le sue bottiglie.

Alessandro Mendini ha dei rimpianti? So che lei si ritiene un cartoonist mancato, ha rinunciato del tutto a questa ambizione?
A questa domanda non so, oppure non mi piace, rispondere. Comunque tutta la vita è bene sia cosparsa di nostalgie.

 

Tratto da rivista ceramicaecomplementi n. 2