İznik, prediletta del sultano

L’Oriente e la ceramica, un amore che viene da lontano

Quando si pensa alla ceramica, viene automatico rivolgere i propri pensieri a raffinati oggetti dalle linee sinuose e colori tersi, fissati in bianchi e blu provenienti da remote zone dell’oriente.

Malgrado il primato, la Cina, terra millenaria in cui la porcellana venne canonizzata, non fu l’unico luogo dove la manifattura ceramica conobbe un fiorente sviluppo.

Un lontano giorno di diversi secoli fa, in un paese incastonato nel mezzo dell’Anatolia, accadde qualcosa che avrebbe dato il via ad una produzione assolutamente diversa e del tutto unica.

A İznik, vivace centro manifatturiero e commerciale, conosciuto ai tempi dei bizantini come Nicea, c’era la bottega di un vasaio, che nell’oscurità del suo laboratorio conservava con massima cura un oggetto di singolare bellezza. Quel grande vaso in ceramica fine non era suo, ma del Visir, che gliel’aveva portato perché ne riproducesse una copia quanto più simile possibile da donare al Sultano.

Dopo l’ennesimo tentativo fallito, dal forno uscì finalmente un vaso molto simile a quello con le delicate figure allungate che custodiva gelosamente.

Era nata la Ceramica di İznik.

 

“Faenza ottomana”

Ricostruzioni romanzate a parte, quello che è certo è che İznik ha rappresentato per la Turchia quanto Faenza è stata per l’Italia, un luogo di produzione di ceramiche diventate famose per la loro varietà e per il loro impiego negli sfarzosi palazzi reali di Istanbul.

Un esempio su tutti è il Topkapi, palazzo di rara bellezza affacciato sul Corno d’Oro, in cui si possono ammirare intere pareti in ceramica, piene dei bocci caratteristici della tradizione artistica ottomana.

Fortemente incrementata e sponsorizzata da Solimano il Magnifico, la ceramica di Iznik conobbe, sotto il suo patronato, il massimo della fioritura e dello sviluppo, distanziandosi sempre di più dai modelli orientali fino a conoscere un’espressione propria ed unica, riportata su pavimenti, pareti, vasi e suppellettili di ogni genere.

Col passare del tempo la gamma cromatica si ampliò, ed arrivò a comprendere toni che spaziavano dall’azzurro al verde fino ad accendersi di rari e luminosi arancioni.

 

Ceramica del Corno d’Oro

A partire dalla fine del seicento la produzione di questi oggetti si specializzò nella “Ceramica del Corno D’Oro”, così chiamata dal luogo d’origine dell’argilla che veniva inviata ad İznik per la lavorazione.

La decorazione di questo periodo si raffinò in sottili spirali concentriche ornate di foglie, che prendevano le mosse dallo stile calligrafico di corte, il Tughra, utilizzato per i monogrammi imperiali.

La decisione di rivestire la maggior parte degli appartamenti personali del sultano con questo tipo di decorazione ceramica, in colori freddi, derivava dalla praticissima necessità di mantenere freschi gli interni del palazzo.

Pochi materiali sono stati in grado di conservarsi per secoli, senza alcuna alterazione, come queste piastrelle in ceramica, ornamento di palazzi e moschee del periodo Osmanico.

Tuttavia, dopo aver raggiunto la perfezione tecnica e formale, la scienza di questa produzione andò rapidamente perduta, finendo per quasi quattro secoli nell’oblio.

Per riportarla agli antichi fasti, la Fondazione İznik promuove oggi la ricerca e la sperimentazione, al fine di svelare le antiche tecniche di produzione e la misteriosa composizione del processo di lavorazione ceramica degli Osmani.

 

Il che vuol dire che, se avrete il desiderio di avere un pezzo simile in casa, dovrete per forza preparare le valige e fare un salto in Turchia. Progetto che, visto quanto detto, non ci pare affatto campato per aria!

 

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CC Wikimedia Commons: Giovanni Dall’Orto, Jorge Làscar, Myrabella, Till Niermann